La storia del Wasa

La storia del Wasa

La storia del Wasa ha appassionato generazioni di appassionati di nautica. Il vascello svedese, costruito tra il 1626 e il 1628, doveva essere l’orgoglio della flotta di re Gustavo II Adolfo di svezia ma affondò il giorno stesso del varo, rimanendo nell’oblio per più di tre secoli. Il nome Wasa, si rifà alla casata dei Vasa, di cui Gustavo II faceva parte e che, durante il periodo della costruzione, governava sulla Svezia.

Il vascello, forte di ben 64 cannoni, aveva già vissuto momenti difficili ancor prima del tragico varo. A tal proposito, fu proprio il già citato Gustavo II a rendere la vita particolarmente ardua ai costruttori e, con i suoi capricci, contribuì non poco al prematuro affondamento del Wasa.

La storia del Wasa

La storia del Wasa e le interferenze di re Gustavo II

Poco dopo l’impostazione della chiglia del Wasa, il re venne a conoscenza del fatto che altre nazioni europee stavano realizzando vascelli con caratteristiche simili. In tutta fretta dunque, ordinò una modifica della nave affinché fosse allungata.

Se il capriccio risultò un fastidio non da poco per gli operai, la contemporanea morte del mastro carpentiere andò a costituire un ulteriore ostacolo. L’assenza della figura professionale infatti, venne sostituita dagli inesperti apprendisti che lavoravano sotto la sua ala protettiva. Questi, assillati dal re e dalle sue richieste, operarono al fine di prolungare la nave oltre ad aggiungere un secondo ponte di cannoni.

Il risultato di questi lavori fu sì la nave più imponente e armata dell’epoca, ma anche un vascello realizzato in maniera approssimativa, con misure squilibrate che non garantivano la sua stabilità. A tal proposito, gli operai dovettero intervenire prima del varo aggiungendo della zavorra allo scafo per aumentare la stabilità dello stesso. Una misura non sufficiente, come vedremo, per garantire al Wasa di poter sopravvivere al proprio varo.

Il collaudo e le prime avvisaglie di un possibile disastro

All’epoca, le prove per collaudare la stabilità di una nave era piuttosto semplice. Essa consisteva nel far correre in contemporanea una trentina di marinai da un lato all’altro del natante per far dondolare lo stesso.

Inutile dire il Wasa non uscì particolarmente bene da tale prova. La nave oscillò notevolmente e la prova venne immediatamente interrotta. Agli occhi anche dei meno esperti dunque, apparve chiaro ben presto che il Wasa non era pronto al varo. Nonostante ciò, l’insistenza da parte del re e l’impossibilità di opporsi al suo volere, spinse verso un varo prematuro.

Se la nave apparve già instabile in fase di collaudo, la situazione si aggravò in vista del varo. Come da tradizione infatti, il Wasa venne abbellito per l’importante giorno. Statue in legno, stendardi e qualunque tipo di sfarzoso abbellimento venne caricato sulla nave. Per ordine del re poi, la stessa venne caricata di tutti i cannoni, i barili di polveri e le palle di cannone in dotazione standard.

Tutto questo peso, in aggiunta alla precedente zavorra, spinse lo scafo a un livello di immersione pericolosamente vicino alla prima fila di cannoni.

Il tragico varo del Wasa

Con queste premesse, il disastro era solo questione di tempo. Il 10 agosto 1628, il Wasa issò le vele e cominciò il suo primo (e ultimo) viaggio. Carico di ospiti, la maggior parte dei nobili o personalità importanti del regno di Gustavo II, il Wasa incontrò le sue prime difficoltà poco a largo di Stoccolma.
Qui infatti, una folata di vento fece inclinare il vascello su un lato. Il timoniere però, dimostrando grande abilità, evitò il disastro riuscendo a raddrizzare il natante non senza difficoltà. Con una stabilità compromessa però, la nave non aveva futuro.

Una seconda folata inclinò nuovamente il Wasa e l’acqua iniziò ad entrare attraverso i portelli dei cannoni. La nave affondò molto rapidamente, dopo aver percorso meno di un miglio marino e a poco più di un centinaio di metri dalla costa. Il disastro annunciato e le precauzioni prese dai marinai, evitarono che il disastro fosse di proporzioni gigantesche. Nonostante ciò, almeno una quarantina di persone persero la vita nell’affondamento del Wasa.
Il re Gustavo II, nonostante fosse abbondantemente responsabile del disastro, istituì una commissione per individuare eventuali colpe. Naturalmente non si giunse mai a una conclusione vera e propria, anche se a corte era opinione comune che le principali responsabilità fossero del re.

Il recupero dei cannoni

Nonostante l’imbarcazione fosse irrimediabilmente perduta, i cannoni in bronzo nel relitto risultavano comunque troppo importanti per essere lasciati sui fondali marini. Meno di quarant’anni dopo l’affondamento infatti, questi vennero recuperati tramite l’uso di particolari campane subacquee ideate dall’italiano Francesco Negri.
Tale operazione però, rese indispensabile la demolizione dei ponti e delle strutture sovrastanti. Un vero e proprio peccato, visto che qualche secolo dopo il Wasa venne infine recuperato nella sua totalità.

Il recupero del Wasa

Incredibilmente, con il passare dei secoli, la posizione precisa del relitto venne dimenticata. A partire dalla metà degli anni ‘50 però, si cominciò a paventare l’individuazione e il recupero del Wasa. A favorire il recupero infatti, vi erano diverse condizioni favorevoli: tecnologie adatte a tale scopo, l’eventuale collaborazione della marina svedese e le acque del Baltico, notoriamente ottimali per la conservazione del legno.

Proprio a tal riguardo, il basso livello di sale presente nell’acqua, la temperatura piuttosto bassa e l’ambiente atossico risultarono ideali per la conservazione del legno di rovere utilizzato per realizzare lo scavo dell’antica nave.

Grazie alla ricerca di Anders Franzén, la posizione del Wasa venne individuata a una profondità di 32 metri. Il relitto venne dunque sollevato scavando sei tunnel sotto lo scafo, attraverso i quali vennero fatti passare cavi d’acciaio collegati a un paio di chiatte per il sollevamento. La nave venne dunque facilmente sollevata dal fondo per essere sistemata su una piattaforma subacquea.

Fatto ciò, la piattaforma venne lentamente spostata verso riva e delicatamente sollevata per non minare la struttura provata dal tempo e dal mare. Il relitto del Wasa emerse definitivamente dalle fredde acque del Baltico il 24 aprile del 1961.

Il restauro

Una volta emerso, il relitto del Wasa venne immediatamente portato in un laboratorio costruito appositamente per il suo restauro. In tal senso, vennero impiegate le migliori tecniche disponibili in quel periodo.

La struttura, ovviamente indebolita, venne rinforzata con la chiusura temporanea dei portelli dei cannoni. Contemporaneamente vennero sostituiti i chiodi, ormai scomparsi da tempo a causa della ruggine. Sartiame e altre parti completamente perse vennero ricostruire seguendo lo stile dell’epoca, mentre vennero recuperati dal fondo del mare le palle di cannone in ghisa e i pochi cannoni rimasti. Come è facile intuire, oltre alla struttura del Wasa vennero anche individuati migliaia e migliaia di manufatti dell’epoca di diversa dimensione e fattura. Oltre ad oggetti tipicamente marinari, vennero anche individuate cristallerie, vestiti e attrezzature militari. Qualunque tipo di ritrovamento, così come la nave stessa, sono oggi esposti presso il museo Vasa di Stoccolma.

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