Cristoforo Colombo e le tre caravelle

I viaggi di Cristoforo Colombo rappresentano il primo tentativo di esplorare un continente extraeuropeo servendosi di imbarcazioni progettate apposta per una lunghissima percorrenza.

Cristoforo Colombo fu un ammiraglio al servizio dei sovrani di Spagna, per ordine dei quali intraprese ben quattro viaggi verso il cosiddetto “nuovo mondo”, ovvero il continente americano.

La prima di queste quattro imprese ebbe luogo nel 1492, anno in cui egli approdò in America con le famose tre caravelle, la Nina, la Pinta e la Santa Maria.

L’anno successivo scoprì alcune isole dell’arcipelago americano, nel 1498 approdò in America meridionale mentre nel 1502 raggiunse l’America centrale.

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Le caravelle, di cui Colombo si servì nella sua prima spedizione verso l’America, erano un tipo di veliero progettato dai portoghesi consistenti in imbarcazioni a vela adibite inizialmente soltanto al piccolo traffico costiero del Mediterraneo occidentale.

Successivamente questo natante si trasformò da semplice barca a nave di maggiori dimensioni, caratterizzata da uno scafo rotondo con prua arrotondata e poppa quadrata, munita di un ponte oppure completamente scoperta a seconda delle dimensioni e del peso.

Durante la sua prima spedizione, il navigatore salpò con tre caravelle: la Nina, di 100 tonnellate, che portava a bordo 24 persone ed era guidata da Sancho Ruiz, la Pinta, di 140 tonnellate, su cui erano imbarcate 27 persone e condotta dal pilota Rafael Sarmiento, e la Santa Maria, di 150 tonnellate, su cui erano presenti 39 persone e condotta da Cristoforo Colombo stesso.

L’impresa navale dell’esploratore era motivata principalmente dal desiderio di raggiungere le Indie, per scopi commerciali ed economici.

L’approdo in America dipese da un errore di valutazione di Cristoforo Colombo, derivante dal suo convincimento che la terra avesse un diametro più piccolo di quello reale.

Lo stesso navigatore non si rese conto di essere approdato su un continente diverso da quello che si aspettava, e proprio per questo battezzò il paese su cui arrivò con il nome di Nuovo Mondo.

Prima di salpare per la sua prima traversata oceanica, Cristoforo Colombo imbarcò viveri per un intero anno, poiché non aveva idea del tempo che gli sarebbe occorso per arrivare alla meta.

Il viaggio ebbe inizio il 3 agosto 1492 da Palos in Portogallo, e procedette inizialmente verso le isole Canarie.

La traversata fu ricca di imprevisti, di rotture e di problemi tecnici, provocati anche dal contatto con condizioni climatiche e ambientali estremamente sfavorevoli; dopo circa due mesi cioè il 12 ottobre 1492, le tre caravelle arrivarono in America.

Struttura della Nina di Cristoforo Colombo

La Nina era una delle tre caravelle che nel 1492 salpò dal Portogallo verso il continente americano.

Si trattava di un’imbarcazione caratterizzata da uno scafo rotondeggiante dove gli spigoli erano stati sostituiti da linee arrotondate e sinuose, finalizzate a limitare al massimo le forze d’attrito con i marosi.

Prima di salpare infatti, Cristoforo Colombo si era documentato approfonditamente sulle condizioni atmosferiche dell’oceano che stava per attraversare.

Rispetto al Mar Mediterraneo, che era il bacino conosciuto dal navigatore genovese, l’oceano rappresentava una grandissima incognita, sia per la sua estensione che per la presenza di numerose correnti particolarmente impetuose.

Erano proprio le correnti e i gorghi a creare maggiore preoccupazione nell’equipaggio di Cristoforo Colombo che, proprio per questo motivo, aveva sponsorizzato l’ipotesi di un’imbarcazione affusolata come la Nina.

L’attrezzatura velica era costituita da vele latine, montate tipicamente su due o anche tre alberi, dei quali soltanto quello di maestra si innalzava al centro della nave, sorreggendo il vessillo tipico dell’imbarcazione.

In alcuni casi nelle caravelle maggiori era previsto anche un quarto albero, quello di trinchetto, che innalzato a prua svolgeva il compito di sostenere una vela quadrata.

L’intero scafo della Nina era stato progettato secondo la tecnica mediterranea denominata “a giustapposto”, in cui le tavole costituenti il fasciame erano allineate secondo il loro spessore.

Si trattava di una tecnica assolutamente innovativa che consentiva una perfetta aderenza tra gli elementi, ancora una volta finalizzata a minimizzare l’attrito con le onde.

Per molto tempo gli studiosi si sono interrogati sulle tecniche costruttive della Nina ed in particolare del famoso rapporto 3:2:1 che indica la regola del collegamento tra lunghezza, larghezza e immersione.

Una soluzione definitiva non è mai stata raggiunta poiché secondo alcuni ricercatori la regola del 3:2:1 sarebbe riconducibile al rapporto tra lunghezza da prua a poppa, lunghezza di galleggiamento e larghezza.

Per evidenti ragioni pratiche di navigazione, questa caravella era dotata di un cassero a poppa e di un ridotto cestello a prua, per consentire lo stazionamento di marinai che potevano controllare dall’alto le condizioni del mare.

Nella progettazione di questa imbarcazione, la posizione degli uomini era strettamente condizionata all’altezza delle vele, per evitare ancora una volta che si potessero creare degli ostacoli alla velocità di scorrimento del natante.

Un requisito fondamentale della Nina e delle caravelle in genere era collegato alla notevole rapidità di manovra, indispensabile per affrontare un percorso lungo e impegnativo come quello oceanico.

Per raggiungere obiettivi del genere, sull’imbarcazione erano stati ridotti al minimo tutti gli accessori, mantenendo unicamente i punti d’appoggio indispensabili per garantire la sicurezza in navigazione.

La capacità di navigare controvento era un requisito di estrema rilevanza derivante dalla possibilità di ammainare le vele in maniera piuttosto rapida, anche in condizioni estreme.

Tale caratteristica contribuiva a differenziare la Nina dalle navi tonde di quel periodo, attrezzate generalmente con vele quadre, molto più difficilmente governabili, anche a causa delle loro ampie dimensioni.

Sono proprio le vele infatti a rappresentare il fattore discriminante tra questa nave e le galee, che, pur disponendo di scafi piuttosto veloci, erano difficilmente manovrabili in caso di cattivo tempo.

La Nina aveva inoltre il vantaggio di potersi rapidamente allontanare dalla costa, sempre pericolosa quando il vento iniziava a soffiare con violenza verso terra.

In situazioni del genere l’equipaggio poteva manovrare il natante sia a vela che a remi, evitando in questo modo il rischio di sbattere contro gli scogli.

Le qualità nautiche delle caravelle in genere e della Nina in particolare derivavano dalla perfezionata progettazione dello scafo, di cui i portoghesi conservarono gelosamente il segreto.

La caravella portoghese infatti, che era nata come barca da pesca, divenne poi la nave oceanica per eccellenza, dotata di un ampio ponte su cui potevano essere imbarcati anche pezzi di artiglieria leggera.

Naturalmente la presenza di armi sulla nave era limitata alle traversate in cui si supponeva di incontrare pirati o nemici da affrontare; nel caso di una traversata oceanica a scopo esplorativo o commerciale, come nel caso di Cristoforo Colombo, non era contemplata l’ipotesi di appesantire la nave con pezzi di artiglieria.

Per la navigazione oceanica, la Nina venne fornita di una velatura latina arricchita con alcuni pezzi quadrati, che contribuì a rendere la navigazione più sicura, più veloce e quindi più adatta alle acque oceaniche.

Mentre le caravelle armate erano fornite soltanto di vele triangolari, questo tipo, chiamato caravella rotonda, aveva vele latine oppure quadrate, per approfittare al meglio dei venti oceanici costanti e tesi.

La forma dello scafo era piuttosto simile a quella dei grandi galeoni del periodo, anche se alcune modifiche vennero progressivamente apportate allo scafo e alla velatura.

La Nina infatti si caratterizzava per un’attrezzatura velica progettata per resistere al regime dei forti venti oceanici, e con la possibilità di imbrigliare e ammainare le vele latine lasciando aperte soltanto quelle quadrate.

Lo scafo conteneva doghe in ferro, in bronzo o in ottone, che servivano per rinforzare la tipica struttura lignea.

Per evitare possibili avarie dell’alberatura e sulla parte anteriore dello scafo, la Nina era stata costruita con uno speciale rinforzo anteriore in metallo, che rivestiva tutto lo spigolo di prua.

Alberi e pennoni si potevano spezzare facilmente nel momento in cui il vento incominciava a rinforzare, come conseguenza le giunzioni dello scafo potevano aprirsi causando infiltrazioni d’acqua, pericolose soprattutto durante una navigazione lontano dalla costa.

Per evitare questi inconvenienti, sulla Nina vennero montati dei rinforzi a cestello che circondavano l’alberatura di prua senza appesantire la sua struttura.

L’artificio necessario per raggiungere l’obiettivo di salvaguardare il natante consentendogli comunque una navigazione rapida, fu quello di rivestire l’alberatura con reti metalliche a maglie molto larghe.

La Nina fu a ragione considerata una delle prime navi oceaniche a vela, ovvero un veliero in grado di affrontare le intemperie della navigazione oceanica.

Caratteristiche della Nina di Cristoforo Colombo

Anche se la letteratura marinara spagnola non ha mai fornito indicazioni precise sulle caravelle di Cristoforo Colombo, sono i giornali di bordo del navigatore genovese ad aver indicato con una certa approssimazione le principali nozioni riguardanti la Nina.

Pur avendo un’attrezzatura latina pura, così come si deduce dalle varie ricostruzioni grafiche, la Nina era dotata di vele quadrate di riserva, che solitamente non venivano utilizzate.

Il suo appellativo “nina” letteralmente significa “ragazza”, un’indicazione che è stata collegata con le dimensioni della caravella, che era la minore tra tutte e tre.

Essa apparteneva ai fratelli Pinzon ed era stata battezzata proprio da loro con l’appellativo di “nina”, che Cristoforo Colombo mantenne anche durante la sua traversata.

Le tre vele latine risultano sospese nel punto mediano delle antenne, con un centro velico ben definito, ma prive del sistema di cavi che consentiva di ridurne la superficie in caso di vento particolarmente forte.

Questo inconveniente rappresentò senza dubbio un limite durante i mesi di navigazione oceanica, quando cioè le condizioni climatiche erano particolarmente avverse.

Secondo attendibili ricostruzioni, la Nina era priva del castello di prua per cui probabilmente le manovre all’argano dell’ancora venivano effettuate all’aria aperta, con grandi difficoltà dei marinai.

Una caratteristica inconfondibile di questa caravella è rappresentata dalle sartie (i cavi che sostengono gli alberi) agganciate alla fiancata della nave, sporgendo molto fuori bordo e contribuendo a rendere inconfondibile la silhouette dello scafo.

Poiché a poppa era sistemato un cassero di piccole dimensioni che non consentiva un passaggio ad altezza uomo, il timoniere doveva posizionarsi in un pozzetto ricavato sotto al cassero, da cui era

visibile soltanto il tronco senza nessuna possibilità di monitorare la direzione della nave; in questo modo la guida della caravella risultava particolarmente difficile.

Il diario di Cristoforo Colombo riporta con certezza la notizia che la Nina era dotata di tre ancore, il navigatore ne perse due presso le Isole Azzorre, pertanto in realtà durante la traversata oceanica la nave poteva utilizzare un’ancora soltanto, con notevoli rischi per la sicurezza.

Utilizzando le vele di cappa, che sono quelle che si alzano per resistere a folate di vento particolarmente forti e per evitare che la nave si possa riempire con l’acqua delle onde, la Nina fu in grado di resistere a molte tempeste, che ebbero luogo durante la traversata oceanica.

Con buona probabilità essa fu modificata durante una sosta presso le Isole Canarie, trasformandosi da caravella latina a caravella rotonda, secondo le caratteristiche sopra citate.

Proprio per questo motivo, le sue vele triangolari (latine) furono affiancate da quelle quadrate, molto più indicate al regime dei venti intensi e potenti che spiravano in mare aperto.

Uno dei problemi principali che Cristoforo Colombo dovette affrontare durante la sua prima spedizione verso l’America fu proprio quello della velatura delle caravelle ed in particolare della Nina che, essendo la più piccola delle tre, doveva fare i conti con la sua stabilità.

Dato che la traversata prevedeva lunghi tragitti sotto costa, dove era necessario servirsi di vele triangolari, gli alberi erano stati dotati di un particolare sistema meccanico in grado di consentire una veloce sostituzione delle vele nel passaggio dalla navigazione sotto costa a quella in mare aperto.

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    Secondo i giornali di bordo, questa caravella partecipò anche al secondo viaggio di Cristoforo Colombo e dopo essere stata catturata dai pirati fu riconquistata dal suo equipaggio, con cui ripartì nel 1498 per il terzo viaggio verso le Americhe.

    Sembra che sotto il comando di Cristoforo Colombo la Nina abbia percorso oltre 25mila miglia marine.

    Gran parte del successo delle traversate del navigatore genovese dipese dalla scelta delle sue imbarcazioni, oltre che dalla selezione dei marinai imbarcati.

    Cristoforo Colombo era senza dubbio un comandante esperto nei commerci navali ma non nelle esplorazioni, proprio per questo egli si fece consigliare da alcuni lupi di mare e bilanciò la rapidità della Nina con la manovrabilità della Pinta e con la resistenza della Santa Maria.

    In questo modo il comandante ebbe la possibilità di sfruttare un vascello esplorativo come la Nina, uno di scorta come la Pinta e un’ammiraglia come la Santa Maria.

    Il vocabolo “caravella” deriva dal termine latino “carabus” che indica il tipico peschereccio, infatti la Nina inizialmente veniva utilizzata come agile scafo di pescatori.

    Si trattava di un vascello molto veloce che poteva imbarcare un equipaggio ridotto, come infatti accadde durante la prima traversata.

    Questa caratteristica rese la Nina un’imbarcazione ideale per scopi esplorativi, anche se come accennato l’apparato velico non si dimostrò sempre all’altezza delle aspettative.

    Essa era considerata la nave perfetta per andare in avanscoperta ad esplorare zone ancora sconosciute.

    Dotata di un minore equipaggio e di una sovrastruttura alleggerita grazie alla limitazione degli accessori non indispensabili, la Nina consentiva una navigazione sostenuta a patto che le acque fossero abbastanza tranquille, poiché durante le tempeste la velatura quadra che sostituiva la triangolare appesantiva lo scafo rallentandone l’avanzamento.

    Dell’intera flotta partita da Palos, soltanto la Nina tornò in patria sotto il comando di Cristoforo Colombo, dato che la Santa Maria affondò nei pressi di Haiti e la Pinta rientrò dopo molto tempo e in maniera autonoma, dopo che era stata quasi affondata da una tempesta.

    Al termine delle sue traversate, il navigatore non si interessò più delle sue caravelle ed abbandonò gran parte dell’equipaggio, probabilmente in seguito alle delusioni che ebbe dalla sua esplorazione verso il Nuovo Mondo.

    L’immagine iconica delle tre caravelle è rimasta comunque nell’immaginario collettivo poiché le sagome stilizzate della Pinta, della Nina e della Santa Maria accompagnano da sempre la figura di Cristoforo Colombo.

    Secondo la tradizione, il vero nome della Nina era Santa Clara, in quanto dedicata alla figura della martire protettrice dei navigatori.

    Il soprannome Nina, che secondo alcuni derivava dalle sue dimensioni ridotte rispetto alle altre caravelle, era più probabilmente un riferimento ironico al nome del suo proprietario Juan Nino, che la cedette a Cristoforo Colombo prima della partenza da Palos verso l’America.

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